martedì 31 ottobre 2017

IL RIFUGIO

.
un raccontino da paura - tempo di lettura 3 minuti


IL RIFUGIO

     «Fortuna che siamo arrivati!» disse il ragazzo, «non mi piace viaggiare col buio quando non conosco le strade.»
Il vecchio coi baffi gli sorrise. Erano arrivati in una zona industriale di periferia a una mezz'ora scarsa dal centro di Firenze e si erano fermati davanti al portone di un vecchio capannone un po' discosto, un'officina che da solo non avrebbe mai trovato. A fargli strada fino a lì era stato il baffuto gestore di una birreria situata dalle parti dello stadio. Il ragazzo era in viaggio da qualche settimana e arrivando in città la sua Vespa aveva cominciato a dargli problemi, come se il motore perdesse colpi. In ostello aveva chiesto un consiglio per sapere dove rivolgersi e gli era stato suggerito di andare al pub di Baffone, punto di ritrovo dei vespisti fiorentini. Gli dissero che era il posto giusto per trovare un buon meccanico e schiumarsi una Guinness spillata ad arte. L'anziano gestore si era rivelato una persona davvero cordiale, gli raccontò delle girate in Vespa con i suoi compari, storie assurde, ed ascoltarlo era un vero spasso. Una pinta dopo l'altra si era fatto tardi. Il baffuto gli disse di non preoccuparsi, che per una sistemata alla sua Vespa la cosa migliore era andare alla rimessa di un suo amico che stava poco fuori città.
«Per la tu Vespa s'ha d'andà al rifugio!»
Gli disse che in quel posto non c'erano orari, a qualunque ora ci trovavi qualche amico a fargli compagnia e di tanto in tanto capitava di fare nottata riparando vecchi scooter, perché al rifugio ogni occasione era buona per stare in compagnia a trafficare su qualche Vespa, con qualcosa di sfizioso da mettere sotto i denti innaffiato da un bicchiere di buon rosso toscano.
«L'è 'npò tardino, meglio se fò 'na telefonata, hosì s'avvisa che stasera si spadella! Poi qua si chiude bottega e ti ci meno!»
La porta della rimessa si aprì. Ad accoglierli si fece avanti un omino tondo di bassa statura, dallo sguardo vispo e dalla pancia prominente. Indossava una tuta da meccanico ma in mano reggeva una grande padella in ghisa. Con un sorriso li invitò ad entrare.
«Bravi! Avete fatto'n fretta! Noialtri s'aveva fame e vi s'aspettava per spadellare!»
In un angolo dell'officina altri amici stavano attorno ad una vecchia Vespa issata su un tavolaccio, e al loro ingresso si girarono per salutarli alzando i bicchieri al loro indirizzo.
«Siete davvero gentili» disse il giovane «non volevo disturbare...»
«Disturbo icché?!» disse sorridendo il baffuto che l'aveva condotto fino a lì.
Il ragazzo ricambiò con il più cordiale dei sorrisi e non si avvide dell'omino tondo che gli si era messo alle spalle. Non si accorse di nulla nemmeno quando l'omino gli calò con forza la pesante padella di ghisa sulla nuca.
«Noi ci piace assai spadellare chi passa di qua!» disse il baffuto guardando il ragazzo ormai accasciato ai suoi piedi.
«Vero!» confermò uno dei compari avvicinandosi al ragazzo mentre si allacciava in vita un lurido grembiule da macellaio.

* * *

Quanto narrato in questo racconto è opera di fantasia. Ogni riferimento a cose, persone, luoghi o fatti realmente accaduti è puramente casuale. Se nonostante tutto ci fosse qualcuno che dovesse riconoscersi nelle situazioni sopra descritte... non se ne abbia a male!

Prima stesura: novembre 2013 - versione finale ottobre 2017

mercoledì 18 ottobre 2017

NARCO3IUM

a short story - tempo di lettura 20 minuti


NARCO3IUM

Non mi sento per niente bene. Ieri sera ha cominciato ha colarmi il cervello dal naso, o almeno credo. Mi sembrava di avere il cranio sul punto di implodere. Resto steso nel letto sperando in un sonno narcotizzante ma niente da fare. Il buio non sembra più così buio, non manca molto all'alba, o almeno credo. Strappo un lungo pezzo di carta igienica e mi ci soffio il naso dicendomi "adagio... adagio...", mentre provo a liberarmi, ma c'è qualcosa che me lo impedisce. Ho la sensazione che nella scatola cranica vi sia una sorta di sottovuoto. Penso che potrei farmi un buco in testa per far entrare un po' d'aria, così poi uscirebbe tutto per bene. Sragiono. Sorrido di questo mio delirio mentre guardo nella palla di carta igienica: non è muco, ha più la consistenza del midollo. Nei grumi più grossi ci sono dei filamenti, sottili come capillari, che rilasciano un fluido rosato: sangue? Me ne dovrei preoccupare? In bocca sento un gusto metallico, come di rame. Chiudo gli occhi ed immagino un sottile filo di rame che arrotolandosi su se stesso sta lentamente prendendo il posto di ciò che era il mio cervello. Senza un cervello avrò ancora una coscienza delle cose?, avrò la capacità di percepire i sapori? Avrò memoria degli odori, dei colori, dei suoni? Rame, metallo, lamiere d'acciaio, ormai la mia realtà è questa: carne, sangue, ossa e unghie non fanno più parte di me. Meno di una settimana fa ho perso i capelli. Tutti. Non posso nascondere di essermi preoccupato e anche parecchio. Il giorno stesso ho marcato visita e ho fatto domanda per una scansione completa all'ambulatorio di salute distrettuale.
"Non si preoccupi, non c'è niente di fisiologico. La scansione dei tessuti non ha evidenziato nulla di irregolare a livello dermico, e anche più in profondità è tutto a posto. É solo stress, sa quanti ne vediamo messi peggio di lei? Torni al compartimento e non ci pensi. Le do delle piastrine sublinguali, ma le prenda solo se si sente proprio sul punto di saltare: non si abitui a tirare avanti con 'sta roba se no finisce che non se ne tira fuori più! Lei è in questo distretto correzionale per recuperarsi e noi siamo qui per aiutarla! E si ricordi di sorridere ogni tanto!".
Sorridere!?! Non so perché ma non mi sono sentito per nulla tranquillizzato. Quando li assegnarono agli ambulatori di salute distrettuale gli scanner erano già roba sorpassata. Non li avrebbe voluti nemmeno un veterinario. La scansione mi aveva talmente rassicurato che prima di sera mi ero già ciucciato tutte le ventiquattro piastrine... se solo ne avessi qualcuna anche adesso!
Vado ad imboscarmi nella bind-zone, dietro al cesso, l'unico angolo di tutta la stanza non coperto dal videocontrollo, tanto di sistemi per sorvegliarci ne hanno ben altri. Ho una fitta tremenda all'attaccatura del naso. Premo forte con le dita sugli occhi, come se spingerli dentro le orbite potesse darmi un qualche sollievo. Sono inginocchiato a terra con la testa incassata tra le ginocchia. La posizione di un feto nel grembo materno. L'alfa e l'omega. L'inizio e la fine. Arriviamo in questo mondo espulsi in un fiotto di fluidi corporei. Ce ne andiamo quindi allo stesso modo? Trasudando olio minerale?

Ad un certo punto della mia esistenza mi ero convinto che non sarei mai invecchiato. Me ne sarei andato prematuramente, quasi certamente vittima di un incidente stradale. Quegli scooter erano dannatamente belli e maledettamente veloci! Agli inizi del secolo scorso dalle fabbriche uscivano scooter dall'aspetto molto più avveniristico delle automobili della stessa epoca, mezzi che sembravano usciti da un film di fantascienza. Carenati, dalle linee filanti, facili da usare e molto costosi erano presto diventati una sorta di status symbol, ma con il traffico automobilistico sempre più caotico la loro diffusione fu esponenziale. L'evoluzione fu costante e rapida. Quando gli idrocarburi furono messi al bando li fecero prima ibridi e poi elettrici. Dopo qualche anno cominciarono a circolare i primi scooter a idrogeno, belli, belli e veloci, troppo veloci! Fu in quel periodo che cominciai a dubitare del fatto che sarei invecchiato serenamente: farli andare era semplice, bastava dare gas, ma guidare uno scooter è un'altra cosa. Io lo scoprii per caso, come quelle cose che uno non cerca perché non sa di averne bisogno, ma poi quando le trova non riesce più a fare a meno...

Deglutisco ciò che le narici non riescono ad espellere. Uno spasmo di gola e la mia lingua va a schiacciare contro il palato qualcosa di duro, estraneo: ho perso un dente, o almeno credo. Apro la bocca. Invischiato nel muco ne casca fuori un dado inox del tredici! Ne sento altri che vagano sciolti in bocca, deglutisco e mando giù tutto. Non so spiegare perché ma sento che ne ho bisogno. Mi sorprendo di come nonostante tutto io sia ancora in grado di razionalizzare quello che mi sta accadendo. "La scansione dei tessuti non ha evidenziato nulla di irregolare...". Bravi! Raccontatelo a qualcun altro! Io sono qua che perdo i pezzi e loro: "...la scansione dei tessuti non ha evidenziato nulla...". Non provo ne rabbia ne preoccupazione, sono solo stupito dalla piega che hanno preso gli avvenimenti, del modo in cui si sta concludendo la mia esistenza. Il dolore che provo dentro alla testa è tale che ormai non lo sento più. Con il pollice e l'indice provo a stringere la radice del naso, ma non ci riesco. La cerco tra i miei occhi ma non li trovo, i miei occhi non ci sono più. In mezzo alla mia fronte c'è un unico occhio molto più grande del normale. Mi sforzo per cercare di immaginare il mio volto devastato. La stanza è investita da un fascio di luce che sgorga direttamente dal mio nuovo occhio: “Ma che cazzo mi sta succedendo?”.

...ai tempi frequentavo l'accademia di formazione e condividevo la stanza con  uno studente di paleoinformatica, collezionista di siti Web d'epoca. Aveva scatole piene di hard-disk, pendrive e memory-stick dove erano archiviati milioni di pagine Web, alcune risalenti a più di un secolo prima. Cominciai a visionarne qualcuna per curiosità. Erano vecchie pagine flat, affascinanti con quel look bidimensionale un po' retrò, le olografiche sarebbero arrivate solo molto più avanti. Finii per perdermi leggendo i messaggi di una chat room i cui frequentatori erano una sorta di confraternita che condivideva la passione per un vetusto mezzo di locomozione a due ruote risalente alla seconda metà del '900, la Vespa, di fatto l'antenato di tutti i motocicli del genere scooter. Trascorsi intere nottate a leggere tutto quello che passava sul virtual screen della mia unità. Storie di viaggi e di fumosi motori a scoppio che grippavano, di frizioni che bruciavano e paraoli che si sbriciolavano, ma anche storie di incontri e di amicizia. Racconti che mettevano i brividi sulla pelle, risalenti ad un epoca in cui, senza che ancora lo sapessero, erano già nel pieno del Conflitto Globale che tutt'ora sconvolge il pianeta...

Sono steso a terra, la guancia appoggiata al pavimento e non riesco più a muovermi coscientemente. Quando le convulsioni mi squassano sento un rumore che non mi appartiene, come di un pesante bidone di ferro trascinato. Sento il mio torace schiacciato da una forza immane che lentamente cerca di appiattirmi il tronco. A fatica, ma riesco ancora a respirare. Ci sono cavi di acciaio trecciato che scorrono inguainati all'interno dei miei vasi principali. Mi inarco all'indietro, sento la colonna vertebrale tendersi all'inverosimile con una serie di colpi secchi in successione. Vedo una cosa incomprensibile riflessa nella vetrata in fondo alla stanza e quella cosa incomprensibile sono io, ma lo capisco solo un attimo prima che una forte convulsione mi ribalti in una rumorosa torsione che mi impedisce di continuare a vedermi in quello stato. Sorrido. Il mio torace (torace?) ora è piatto come quello del pupazzo di un cartone animato investito da un rullo compressore e nonostante tutto ho ancora voglia di sorridere: perché?

... tanto per cambiare un cookie malandrino doveva aver reso noto a chissà chi il modo in cui trascorrevo le mie serate online. Fu così che dopo la mia navigazione nella preistoria del Web mi giunse un messaggio con mittente anonimo. Un messaggio non molto diverso dallo spam che intasa le mailbox, tutta roba che di solito cestino subito, ma quella volta, non so perché, non lo feci. Nulla succede per caso. Non solo non cestinai quel messaggio ma lo aprii e incuriosito cliccai su quella strana icona. Mi trovai a navigare all'interno di un oscuro livello del deep web dove nessuno aveva un'identità ben definita, ma non ci misi molto a capire che ad oltre cinquant'anni dalla messa al bando degli idrocarburi c'era online qualcuno che coltivava la passione per i motori a due tempi. Una fratellanza che in barba alla legge manteneva in efficienza e girava clandestinamente su veicoli risalenti al precedente millennio! Mi fecero mille domande per sincerarsi della mia affidabilità. Riguardo la mia competenza fu subito chiara a tutti la mia totale ignoranza. Penso di essere riuscito a far colpo su di loro grazie alla passione e all'entusiasmo con cui raccontavo la straordinaria sensazione di libertà che provavo andando a spasso sul mio HydroGenTronic. Li impressionò il fatto che con il mio scooterjet ci andassi in giro per il solo piacere di muovermi, cosa rara in un mondo dove ormai  tutto viaggia online, dalla spesa alle amicizie, e la gente si sposta fisicamente solo se non può proprio farne a meno. Io e quei ragazzi eravamo tra i pochi esseri umani che ancora provavano piacere per l'andare in giro fine a se stesso, senza una meta. Fu così che il sottoscritto, possessore di un veicolo a cella di combustibile fatto di ceramica e fibra composita, finii chissà come in mezzo ad un gruppo di esaltati, fans della lamiera e della miscela al 2%...

Quanto tempo sarà passato? Le braccia mi si sono rattrappite, ripiegate strettamente, con l'avambraccio che ora è quasi tutt'uno con il bicipite. Le spalle sono come bloccate, con ciò che resta delle braccia aperto a T. Dai gomiti spunta l'abbozzo di una protuberanza nera e gommosa, di forma cilindrica, e parallelamente è uscita una corta asta ricurva di alluminio. Sarebbe divertente farla adesso una scansione dei tessuti per vedere se è tutto a posto, se per sentirmi meglio mi basterebbe davvero soltanto sorridere un po' di più! Non provo dolore, la fase acuta sta passando e da qui in poi sento che sarà tutto più facile. Sono pervaso da uno stato di serena euforia. Il mio corpo, il corpo con cui fino ad oggi ho vissuto non c'è più, è devastato, ma non mi sono mai sentito così sereno.

...fu solo dopo mesi di frequentazione virtuale che ricevetti un messaggio olografico criptato che una volta decodificato mi rivelò le coordinate di quello che era un vero e proprio invito: Tue/07.30pm/GMT+1 GPS 45°28’10  9°10’49. Il loro luogo di ritrovo clandestino era nei meandri di un autosilo sotterraneo multipiano, abbandonato da anni a causa dell'allagamento dei livelli più bassi. Quel posto lo chiamvano "il maniero", accanto infatti c'erano le rovine di un vecchissimo edificio d'epoca medievale. Seguii per un lungo tratto i binari della vecchia linea di superficie della metropolitana, fino ad infilarmi nel tracciato sotterraneo e da lì in avanti mi addentrai nella complessa moltitudine di cunicoli e passaggi, fino ad arrivare al livello -3, da lì si imboccava una rampa che si avvitava in discesa in ampie spirali fino al -7. Quel luogo era detto "il fontanone" e oltre non si poteva andare dato che gli ultimi tre piani erano totalmente sommersi. Da quel giorno il tuesday-meeting al fontanone del maniero, divenne qualcosa di irrinunciabile. Non fu difficile sintonizzarmi sempre di più con quei ragazzi e la loro filosofia di vita. Qualche settimana più tardi annunciai fieramente di essere pronto al grande passo. Portai il mio HidroGenTronic al limite di una rampa, in due si avvicinarono e lo sollevarono di poco, quel tanto che bastava per fare in modo che la ruota posteriore fosse a qualche centimetro da terra. Diedi lo start e bloccai il cursore di spinta alla massima apertura. Nel silenzio della propulsione a idrogeno l'unico rumore era il sibilo della ruota che girava vorticosamente a vuoto, sfiorando di pochi centimetri la rampa. Socchiusi gli occhi e senza alcun rimpianto abbassai la testa: era il segnale. Lasciarono che la ruota toccasse terra ed immediatamente il mio scooterjet partì solo, senza alcuno a guidarlo in quel tuffo che lo sprofondò nelle acque torbide del fontanone. Lì avrebbe riposato in eterno insieme a tutti gli altri scooter privi di personalità che prima di lui avevano finito la loro insulsa esistenza allo stesso modo. Mi fu attribuita una Vespa vera, tutta di metallo, rumorosa e inaffidabile come ogni vera Vespa, con un inquinante motore a due tempi, con il cambio al manubrio, la ruota di scorta e tutto il resto. La adoravo, con tutti i suoi difetti e con tutto quello che agli occhi del legislatore erano i suoi peccati. Mi piaceva tutto di lei, adoravo perfino la traccia d'olio che trafilava da sotto il motore: quella goccia di unto sul pavimento era il segno della sua esistenza anche quando lei non c'era, nascosta insieme a tutte le altre nei meandri più reconditi del maniero.
Per le nostre girate clandestine uscivamo dopo il tramonto. Stipavamo le Vespa all'interno del serbatoio di una vecchia autocisterna e con quel veicolo percorrevamo i vecchi tunnel dove una volta si muovevano i convogli della metropolitana e ci portavamo nella terra di nessuno, a ridosso della fascia di sicurezza che senza grande efficacia cercava di impedire l'accesso alle orde di disperati che assediavano la città. Nella notte correvamo come pazzi all'interno dell'ampio fossato che circonda tutta l'area metropolitana, con le marmitte totalmente silenziate da db killer di ultima generazione, le luci rigorosamente spente, aguzzando la vista nella luminosità verdognola dei nostri visori notturni scivolando silenziosi nelle tenebre. Nel casco un ingegnoso sistema di audiosintesi digitale collegato al motore riproduceva il rombo scoppiettante di un due tempi elaborato alla massima potenza. Ci inebriavamo di un miscuglio di sensazioni tra il reale e il virtuale, esaltati dalla velocità ma frustrati dalla consapevolezza di essere costretti a vagare come sorci nella notte, dei fuorilegge per il governo che da anni aveva messo al bando questi nostri gioielli in virtù di un pensiero unificato falsamente ambientalista, dettato in realtà da precise logiche di profitto...

Di nuovo quel terribile rumore di lamiera. L'ennesima forte convulsione mi ribalta più volte su me stesso. Le mie gambe ripiegate ormai sono un corpo unico con l'addome, gonfio e tondeggiante. Ho il ventre (ventre?) squassato da crampi terrificanti che mi rimescolano le interiora in un sinistro clangore metallico. Mi sollevo di poco da terra, qualcosa va gonfiandosi sotto di me e riesco a mantenermi in equilibrio solo grazie a due costole metalliche che sono sbucate dalla mia cassa toracica e mi sostengono. Non respiro, eppure mi sento bene, sono lucido. Lo sterno scricchiolando si protende all'infuori e prende una sua forma propria, come una sorta di becco al cui interno va a gonfiarsi qualcos'altro, che assume la stessa forma tonda che poco fa mi si è gonfiata sotto il ventre. Sorretto dalle costole metalliche finalmente raggiungo una posizione stabile.

...la mia esaltazione fu la causa della mia fine. Era inebriante l'eccitazione che provavo nello spremere più che potevo il motore della mia Vespa. Tiravo sempre al massimo, mi piaceva lasciar sfilare il gruppo per poi lanciarmi all'inseguimento e rimontare posizioni. Fu così che una notte mentre impegnato allo spasimo stavo in coda al serpentone di Vespa arrivai lungo in un ampia curva e per non cadere tirai dritto finendo fuori strada, con le ruote sprofondate nella ghiaia. Il tempo di tirarmi fuori e riaccendere il motore e gli altri erano spariti. Alzai l'ottica del visore e azzerai il volume del sistema di audiosintesi. L'unico rumore era il ticchettio della marmitta che andava raffreddandosi. Nell'esaltazione della corsa nessuno si era accorto della mia uscita di strada, nessuno si era fermato ad aspettarmi ed ero rimasto solo. Feci qualche chilometro tirando come un matto per provare a raggiungerli, poi giunto a un bivio mi fermai senza sapere da che parte andare. Era il capo con il Vespa-puter a tracciare il percorso ed era solo lui a conoscere la via per il rientro. Non sapevo dove fossi e non avevo la più pallida idea di come ritrovare il luogo dove avevamo imboscato l'autocisterna. Avrei potuto nascondere la Vespa e cercare di rientrare in città a piedi, ma se mi avessero scoperto non sarebbe stato facile spiegare cosa ci facevo da solo, di notte, nella terra di nessuno. L'alba mi colse impreparato allo spettacolo del giorno che nasceva...

I brividi mi squassano accompagnando lo scricchiolio metallico che proviene dal mio interno. Non mi sono mai sentito così bene! Non ci vedo più ma in mente ho chiara e ben definita l'immagine di una lunga strada diritta che corre davanti a me, verso il sole basso, la luce è quella magica del giorno che nasce...

...l'alba in città ormai nessuno la vedeva più da anni, una spessa coltre di smog ammantava tutto quanto e lasciava percepire solo una vaga luminosità. Tutte le principali vie di comunicazione sono delle velocissime freeway sotterranee, e i tratti in superficie sono abbagliati giorno e notte dalle insegne e dalle luminarie dei centri commerciali, aperti ininterrottamente h 24, templi pagani di una società dove sono i turni di lavoro a dettare i ritmi di sonno e di veglia. Le mie giornate le trascorrevo in un seminterrato, dove lavoravo insieme a centinaia di altri seduto davanti a un terminale, in uno sterminato open space, senza uno straccio di finestra. Come tutti sapevo cos'era un'alba solo perché l'avevo vista in qualche vecchio film. Di quella mia notte da disperso nella terra di nessuno ricordo che sentii un gran freddo proprio nel momento in cui il sole fece capolino in fondo alla linea dell'orizzonte. Uno spettacolo che non dimenticherò mai più. Tutto quanto passò magicamente da un indistinto grigio scuro a una delicata velatura violata, che virò nel giro di poco in un rosso cupo che si fece via via sempre più arancione, con striature bluastre dove le nuvole si addensavano, in prossimità dei rilievi. Il sole sorse dritto di fronte a me dove si perdeva il lungo rettilineo della pista e la mia ombra era lunghissima dietro alle mie spalle. Salii in Vespa e mi misi a correre verso il sole, ma c'era qualcosa che non andava. Con la luce del giorno tutti i sensi si erano risvegliati e se nel buio della notte ci si poteva accontentare, con la luce del giorno il rumore artificiale del motore riprodotto nel casco non bastava più. Mi fermai, tolsi il casco e lo gettai lontano. Aiutandomi con una grossa pietra divelsi il db killer dal terminale della marmitta e poi mi lanciai a tutta velocità verso il sole. Finalmente nelle mie orecchie c'era il vero rombo di un motore a due tempi, ed era vera musica! La Vespa filava veloce, lacrime gelate mi scivolavano sulle tempie ed io ridevo come un matto, Dio come filava la mia Vespa quella mattina!, sentivo il motore girare fluido, mi inebriavo della coppia che faceva sentire il mio polso destro tutt'uno col motore. Una sensazione bellissima che avrei portato con me per sempre a ricordo di quel mio ultimo giorno da uomo libero. D'un tratto tutto si confuse in un caleidoscopio di colori. Un drone si era alzato in volo non appena avevo cominciato a fare tutto quel casino e quando mi raggiunse fermò la mia corsa colpendomi con un teaser che per via transdermica mi inoculò una massiccia dose di Narco3ium. Feci appena in tempo a fermarmi, poi caddi a terra. Con gli ultimi barlumi di coscienza riuscii a sentire il sinistro scricchiolio della mia Vespa schiacciata sotto i cingoli del blindato dei pattugliatori arrivati seguendo il drone. La mia Vespa era ridotta ad un ammasso di rottami, ma la mia mente si ribellava a quella realtà. Persi i sensi con l'immagine della mia Vespa stampata nel cervello, bella come il giorno in cui mi era stata affidata.
Con me non avevo armi ne esplosivi e quindi l'accusa di terrorismo fu respinta in fase di istruttoria. L'imputazione a mio carico fu la circolazione in orario di coprifuoco con un veicolo dotato di dispositivo illegale di propulsione a idrocarburi, con l'aggravante della dispersione in atmosfera di sostanze altamente inquinanti...

Il Narco3ium è un barbiturico sintetico ad azione ipnosedativa. La combinazione delle tre molecole alla base del suo principio attivo, se somministrata in dose eccessiva in soggetti ipersensibili o sottoposti a un forte stress, può innescare spiacevoli effetti collaterali  quali la dissociazione e l'alterata percezione della realtà. Il soggetto concentra le sue energie vitali sulle emozioni e sulle sensazioni a lui più gradite e può arrivare ad isolarsi in se stesso escludendo tutto il resto. Se l'identificazione con le sue fantasie è totale il soggetto può arrivare ad assumere comportamenti estremi volti alla totale immedesimazione.

...non avevo precedenti specifici e la mia condotta non poteva definirsi propriamente criminale. Data la stranezza del mio comportamento dopo una veloce scansione cerebrale mi venne riconosciuta una seminfermità mentale di secondo livello, per la quale era previsto un periodo di recupero "a tempo indeterminato". Venni ricoverato presso il distretto correzionale numero 205, dove non feci nulla per nascondere la mia insofferenza per le sedute di terapia collettiva. Nella mia mente c'era un unico pensiero, uscire da lì e tornare a correre in sella a una Vespa. Un chiodo fisso, un tormento dal quale non riuscivo a distrarmi. Rifiutavo qualsiasi approccio terapeutico. Tutto il trattamento era basato sulla mia volontà di essere recuperato, ma dovevo essere io per primo a voler essere aiutato. Era un passaggio fondamentale della cura. Continuavano a ripetermi che ero io a doverne sentire il bisogno. Quello di cui avevo bisogno invece era una Vespa col pieno, non me ne facevo nulla di un dottorino con la faccia da ebete che cercava di convincermi della mia inadeguatezza. Passavo sempre più tempo senza uscire dal compartimento, chiuso nella mia stanza, isolandomi da tutto quanto. Il pensiero della mia Vespa era tutto quello di cui avevo bisogno, non c'era altro che avesse realmente importanza per me.

«Ciao bellezza, è la tua addetta al controllo preferita che ti parla, la faresti mica una scappata su al 125esimo?»
«Gioia, lo so io cosa ti farei... che problema c'è?»
Nella sala controllo del distretto 205 un led si era messo a lampeggiare sulla consolle, l'addetta aveva silenziato il fastidioso beeper e ora cercava aiuto per risolvere il problema.
«Ho un alert per una cella del 125esimo, dev'esserci un problema al rilevatore, cazzo ne so, non capta più...»
«Strano, il sistema è stato revisionato la settimana scorsa.»
«Amore mio, strano o non strano non voglio rotture di palle, vai su e vedi un po' che cazzo succede...»
L'elevatore pneumatico impiegò solo ventotto secondi per salire al 125esimo.
«Gioia, ci sei? Sono alla porta, ho fatto un chek ma anche qua segna livello zero, non rileva alcuna temperatura corporea presente, sei sicura che ci sia dentro qualcuno?»
«Si che c'è dentro qualcuno, cretino, è la cella dello svitato che andava in scooter nella terra di nessuno...»
«Amore mio, che cazzo posso farci? Il sistema è okay ma non rileva presenze vitali... non lo vedi in qualche monitor?»
«Ho controllato anche la videoregistrazione, si è imboscato nella blind-zone questa mattina presto e non si è più mosso da lì...»
«Boh, qua sembra tutto regolare.. nessuno è entrato... nessuno è uscito da... l'altro ieri alle 08.59... dammi un enter-code che vado a dare un'occhiata.»
«Enter-code inviato bellezza, ingresso sbloccato, lo svitato è tutto tuo, entra pure amore...»
«Madonna che tanfo!, a parte la puzza però sembra tutto in ordine... ma confermo, qua non c'è nessuno...»
«Come nessuno! E tanfo? Che tanfo?»
«Un odore strano... l'analizzatore molecolare dice che si tratta di benzene...»

La somministrazione del Narco3ium in rarissimi casi ha fatto riscontrare uno spiacevole effetto collaterale denominato "morphing" che nei casi più gravi ha portato a vere e proprie trasformazioni fisiche.

«E quest'affare cosa ci fa quassù?»
«Quale affare?»
«Nella blind-zone c'è uno scooter, o almeno credo, ma vecchio, molto vecchio...»
«Bellezza, non pigliarmi per il culo che non è giornata, guarda che te la faccio pagare...»
«Gioia, ti giuro, è da quest'affare che arriva la puzza di benzene...»

La mia scomparsa rimase un mistero. In precedenza gli episodi di morphing legati all'uso del Narco3ium erano avvenuti solo tra individui di razza umana. Il caso tipico era quello di chi, alla scomparsa di un congiunto, finiva per assumerne prima il comportamento e poi addirittura le sembianze. Per evidente incompatibilità biologica non si erano mai verificate mutazioni che coinvolgessero esseri umani e animali, anche se si diceva che una volta una tipa fosse trasmutata in un gatto, ma la cosa era poco più di una leggenda metropolitana. Ad oggi non esiste documentazione ufficiale di un caso che abbia riguardato un uomo e un macchinario. Nonostante tutto. D'altra parte secondo la scienza non è possibile, l'incompatibilità biologica è totale e per quanto evoluta, nessuna macchina costruita dall'uomo è dotata di una propria coscienza e non è quindi in grado di provare, comunicare o trasmettere sentimenti. O quantomeno nessuna macchina costruita dall'uomo al giorno d'oggi, ma forse nella seconda metà del '900 non era proprio così.

L'ingresso è stato sigillato e quella stanza del 125esimo è totalmente vuota ora che anche quell'ancestrale veicolo è stato faticosamente portato via. Sul lucido pavimento di linoleum è rimasta solo una piccola macchia di unto, una goccia d'olio trafilata da sotto il motore, unico segno della mia esistenza adesso che anch'io non ci sono più.



prima stesura aprile 2011, revisione luglio 2015, versione definitiva ottobre 2017

mercoledì 16 agosto 2017

In viaggio contromano

.

Avete presente quei libri che quando iniziate a leggerli, quasi senza accorgervi arrivate a pagina 50 di 280 ed allora cominciate a pensare: "cazzo, sta già per finire...".

Ecco, IN VIAGGIO CONTROMANO è uno di quelli.


giovedì 3 agosto 2017

SP233

.

SP233 - Notte d'agosto in Vespa

Godo del sottile perverso piacere di questa vendetta postuma, consumata in piena notte.  So che è impossibile ma ho la netta sensazione di percepire lo stillicidio di microscopici schianti delle zanzare che vanno a spiaccicarsi sul fanale della mia Vespa mentre torno verso Varese. Dopo i trenta appiccicosi gradi della serata milanese la frescura del sudore che mi si asciuga addosso è una benedizione. Più che una vendetta la mia è una rappresaglia, non faccio prigionieri, per ogni bastardissima zanzara che mi ha punto mentre tiravo tardi con gli amici accanto al funtanun di Piazza Castello ne avrò già schiantate dieci volte tante. Senza rallentare attraverso un incrocio passando sotto ad un semaforo che lampeggia giallo nella notte, uno dei pochi sopravvissuti all'isterico sbocciare di rotonde che ha flagellato le strade di tutta la provincia, e questa SP numero 233 non fa eccezione. Una puttana di colore fasciata in uno striminzito abitino rosa fucsia mi appare come un miraggio notturno nel cono di luce di un lampione isolato. Ha dei capelli impossibili, stirati e colorati da bionda svedese. Fingo indifferenza e rallento sornione per godermi lo spettacolo di quel gran paio di tette enormi strizzate dal vestito, ma la mia falsa discrezione è nulla al confronto dell'esperienza della vita di strada. Avanza di un passo, mi sorride con lascivia, si porta due dita alle labbra e strizzando l'occhio mi soffia un bacio. Con l'altra mano con un gesto veloce alza il bordo della sottana e protende il bacino, ed ecco magicamente  materializzarsi tra le sue gambe una lunga appendice d'ebano! Fatico a distogliere lo sguardo dal basso ventre di quell'essere assurdo e mentre mi allontano sono inseguito da una risata sguaiata che sfocia in parole incomprensibili. Accelero e ben  presto torno ad essere inghiottito da quella che ora apprezzo come una rassicurante oscurità, rischiarata solo in parte dalla luce incerta del fanale della Vespa.

É notte fonda. Tra poche ore dovrò andare a lavorare ma con questo caldo la voglia di andare a letto a rigirarmi sudato tra le lenzuola è ai minimi termini, così mi attardo in cucina. La finestra è spalancata e non gira un filo d'aria. Tutto tace, il silenzio è scandito in sottofondo dal tic tac della vecchia sveglia che sta sulla credenza. Apro le ante dei pensili alla ricerca di chissà che, come se non sapessi a memoria quel che contengono. Vedo il tubo delle Pringles: possibile che ne siano avanzate dall'altra sera? Siii! È pieno per metà! Me ne infilo in bocca a tre alla volta, di una patatina fritta hanno giusto la forma e di cosa siano fatte forse è meglio non saperlo, ma le adoro! Apro il frigo e mi verso un bicchiere di latte. Il gusto dolciastro del latte freddo sulla lingua salata dalle Pringles mi fa impazzire. Chiudo il frigo. La cucina torna ad assopirsi nella sua quieta penombra. Infilo in bocca altre tre Pringles e butto giù un altro sorso di latte freddo. Un auto sfreccia nella notte. Non gira un filo d'aria. Consumo il mio spuntino notturno affacciato alla finestra, sperando di scorgere un movimento nelle fronde degli alberi del viale, qualcosa che faccia sperare in una bava di vento caldo che almeno smuova l’aria. Niente, soltanto il convulso svolazzare di ottuse falene ipnotizzate dall'alone di luce del lampione.

Non sono più l'unico essere a vagare di notte sulle strade deserte di questo pianeta rovente. Dritto in fondo davanti a me vedo le luci rosse di veicoli fermi a lato strada. Passo accanto a due auto in sosta, c'è gente che chiacchiera. Da una strada laterale vedo avvicinarsi la luce di una fanale: è una moto che approssimandosi all'incrocio fa un lampo col fanale e rallenta. La precedenza è mia. Prima di passare oltre vedo che si tratta di un'altra Vespa. Nello specchietto la vedo svoltare e prendere la mia stessa direzione. Rallento di poco e mi sposto a destra, l'altro capisce l'invito e si affianca. Ci guardiamo e ci scambiamo un sorriso d'intesa. Il tipo è un po' più giovane di me, porta lunghe basette e un pizzetto incolto che gli dà un'aria fricchettona. In testa indossa un casco a scodella di un colore scuro che non riesco a distinguere, con disegnate delle margherite bianche stilizzate. Da sotto al caschetto spuntano capelli lunghi e mossi. Il volto è pallido, sinistramente rischiarato dalla luce del contachilometri che lo illumina dal basso. Ha uno zainetto sulle spalle e veste un’ampia maglietta, jeans e sandali ai piedi. Ho il tempo di notare tutti questi particolari perché il tipo continua a viaggiarmi a fianco, alla mia stessa velocità. Mi osserva insistente e quasi non guarda la strada. Ha un'espressione che non saprei definire. Rallento per farmi sorpassare ma rallenta anche lui. E questo mo' che cazzo vuole? Accelero un po' per vedere cosa fa... accelera anche lui. Ce l'ho sempre lì, affiancato, che mi fissa senza guardare la strada. Non so cosa pensare, la situazione è strana, così accelero allungando di qualche metro. Si vede che l'ho colto alla sprovvista perché rimane indietro. Imposto l'entrata in una rotonda e nello specchietto vedo il suo fanale avvicinarsi, così in uscita scalo una marcia e apro il gas con decisione. Nello specchietto vedo solo la luce del suo abbagliante che ne riempie la visuale... ormai è gara! Apro tutto il gas e lo stacco di qualche metro.

Pringles finite. Mi sciacquo la bocca con l'ultimo sorso di latte e ripenso al tizio in Vespa incontrato mentre tornavo a casa. Dove si sarà infilato per sparire a quel modo? Credo che la mancanza di sonno sia dovuta alle tracce di adrenalina rimaste nelle mie vene dopo l’esaltante e folle corsa notturna.

La strada è tutta nostra. Mi abbasso di poco e chiudo i gomiti alla ricerca della migliore impostazione di guida. Altra rotonda, piego a destra, curvone a sinistra e di nuovo piega a destra per riprendere la strada. Ci muoviamo all’unisono viaggiando a trenino, praticamente alla medesima velocità. Non so lui ma io sono a chiodo, con il gas aperto a fondo corsa. C'è un lungo tratto rettilineo e ce l’ho sempre dietro, in scia, si fa sempre più vicino, poi il bastardo allarga a destra e mi sorpassa dall'interno. Bastardo proprio! Poco più avanti l'ennesima rotonda lo costringe a rallentare per impostare la traiettoria. Ti piace il gioco sporco? A parte noi due la strada è deserta e così alla rotonda, anziché girarci attorno sulla destra la prendo contromano da sinistra. Con questa mossa gli passo davanti e sono già lanciato quando lui ne sta ancora uscendo.

Non è che ho fame, è che non sono ancora soddisfatto. Passo nuovamente in rassegna il contenuto dei pensili per vedere se si materializza qualcos'altro. Nutella! Prendo un coltello e ne rigiro la lama nella crema, quando ne ho raccolta abbastanza la infilo in bocca e la ritiro tra le labbra strette, poi la guardo compiaciuto perfettamente ripulita. Apro sul tavolo il giornale di domenica, rimasto in giro nonostante manchi poco a veder spuntare l’alba di mercoledì. Nel silenzio di questa notte torrida il rumore delle pagine girate è un frastuono.

Mi appiattisco più che posso incurante del rischio, sono esaltato da questa corsa fuorilegge. Non so per lui ma per me la gara sta per finire. Poco più avanti svolterò a sinistra lasciando la provinciale: il mio traguardo lo stabilisco a quell’ultimo semaforo lampeggiante. Viaggio a cannone nel mezzo della strada con le ruote sulla linea bianca di mezzeria. Anche lui deve aver capito che siamo al rush finale e mi sta' dietro in scia, a pochi centimetri, ed apre a sinistra e a destra senza decidersi a superarmi. Abbasso la testa, non guardo neanche più la strada, deserta e diritta davanti a me. Sbircio lo specchietto e lo vedo provarci da sinistra. Non posso fare nient'altro che spalancare il gas con il timore di vederlo affiancarsi e così non mollo di un millimetro... sfreccio sotto al semaforo, ce l’ho fatta! Non mi ha passato!
Chiudo il gas e rallento decisamente per farlo avvicinare. Butto un occhio allo specchietto ma non lo vedo. Mi giro a guardare ma non c’è nessuno, la strada dietro di me è deserta e l’unico segno di vita è il semaforo del nostro traguardo, ormai lontano, che lampeggia imperterrito nella notte. Un istante fa sentivo chiaramente il rumore del suo due tempi che mi ruggiva dietro al coppino e adesso non c'è più nessuno. È sparito. Si sarà infilato da qualche parte, tra qualche casa. Peccato, dopo quella galoppata sarebbe stato bello almeno scambiarsi due parole. Con un'andatura decisamente più tranquilla percorro solitario gli ultimi chilometri fino a casa.

Sfoglio distrattamente le pagine del quotidiano, leggo i titoli, vedo se c'è qualche articolo che ancora non ho letto. "Oggi i funerali del giovane centauro di Tradate...". Mi sento una merda a pensare che poco fa ho messo a rischio inutilmente e stupidamente la mia vita proprio da quelle parti. L'articolo parla di un ragazzo di ventitré anni, investito da un furgone che lo ha ucciso mentre viaggiava, ironia della sorte, proprio in sella a una Vespa. C'è una foto della scena dell’incidente... e non riesco a leggere nient’altro. C'è una Vespa rovesciata sull'asfalto, ed accanto c'è un caschetto a scodella di colore scuro decorato con delle margherite chiare. In un riquadro la foto della vittima: una faccia sorridente e spensierata, capelli mossi, basette lunghe e pizzetto che danno a quel volto un'aria fricchettona.


*****************

Nel 2015 questo racconto è stato pubblicato dal quotidiano La Provincia di Varese, accompagnato dalle belle illustrazioni realizzate da due studenti del Liceo Artistico cittadino.


mercoledì 19 luglio 2017

Le rose di Salvo

.

Il messo doveva averlo sentito arrivare quando era ancora in via Tabacchi tale era il rombo del motore della sua Vespa lanciata a folle velocità. Salvo sfrecciò davanti a Villa Bianchi incurante di quell'uomo in divisa che si era improvvisato vigile e si sbracciava cercando di imporre prudenza. Salvo lo ignorò e senza rallentare una volta giunto davanti alla chiesa sterzò bruscamente e andò ad infilarsi di slancio su per la via Comi ed arrampicarsi su per la salita, col motore che urlava amplificato dai muri di quella strettoia che portava alle ultime case del paese. Arrivato in cima alla via senza nemmeno scendere dalla Vespa cominciò a gridare:
«Mattina! Mattinaaa!!!»
«Ma chi è? Cosa vuole?» rispose la Teresa dal poggiolo al primo piano.
«Sugnu Salvo, u maritu 'i Concetta... unni è Mattina?»
Salvatore Faraci era arrivato in Valceresio dalla Sicilia poco dopo la fine della guerra, quando la Sicilia, come il resto d'Italia, ancora si leccava le ferite lasciate dal conflitto. Aveva sposato Concetta che era poco più di una bambina, dopo la classica fuitina mal digerita dalle rispettive famiglie. Per il quieto vivere i novelli sposi avevano così deciso di salire al nord in cerca di tranquillità e di lavoro.
«Mattina! Mattinaaa!!!»
«Vusa no! La Martina non c'è! É scesa dal dottor Fontana a prender delle cose... »
Martina con la sua chioma di ricci sempre fulvi a dispetto dell'età era conosciuta e rispettata da tutti in paese. Energica e instancabile aveva cresciuto tre figli di cui due già sistemati, ma in un certo senso erano un po' figli suoi tutti i bambini nati nei dintorni negli ultimi vent'anni, tutti bimbi accompagnati alla vita dalle sue mani esperte di levatrice.
«Miii! ...dal dottore Fontana andò?»
«Si, è andata in farmacia e...»
Teresa non aveva ancora finito di parlare che Salvo spalancò il gas e per fiondarsi giù da dove era arrivato alla volta della farmacia. Conosceva bene il dottor Fontana perché si occupava del suo giardino, così come di tanti altri giardini delle belle ville del paese. Salvo era un bravo giardiniere, mestiere che in famiglia si tramandavano da generazioni, ed infatti non aveva faticato a trovare un'occupazione. I primi tempi aveva lavorato sotto padrone nelle serre del Castello di Frascarolo per poi mettersi per conto suo. Ben presto il passaparola aveva vinto la diffidenza verso "il terùn" che sapeva dare nuova vita anche ai rosai più trascurati. Le signore facevano a gara per contendersi i suoi servigi, in particolare alla fine di maggio, quando proprio le rose erano protagoniste di una festa che dava lustro al paese in tutta la valle.
Salvo arrivò alla farmacia proprio nel momento in cui Martina era sull'uscio.
«Mattina, menomale ca ti truvai! Presto, monta! Concettina mia ruppi le acque!»
«Salvo! Ma come, di già? Mancano ancora diversi giorni...»
«Monta ti dissi! Presto, presto!»
In effetti non c'era tempo da perdere: per Concetta, nonostante la giovane età, questa sarebbe stata la quarta volta che metteva al mondo una creatura. Era arrivata in Valceresio con in grembo Gigliola, la primogenita. Margherita arrivò inattesa poco più di un anno dopo: Concetta imparò a sue spese a non fidarsi di chi le assicurava che era impossibile restare gravide durante l'allattamento. Papà Salvo era felice, le bimbe avevano portato una ventata di gioia in famiglia e il lavoro per mantenere tutti non gli mancava. Lo angustiava però non essere ancora riuscito a regalare a suo padre, nonno Rosario, un nipotino maschio che avrebbe portato il suo nome e tramandato il cognome dei Faraci. Salvo era certo che la nascita di un bel maschietto avrebbe definitivamente cancellato il  rancore della famiglia per la sua fuitina. Fu così che Concetta si trovò presto di nuovo in dolce attesa. Il destino però seppe essere tanto generoso quanto beffardo. Al posto dell'agognato erede maschio in un colpo solo arrivarono Gemma e Flora. La preoccupazione per queste due nuove bocche da sfamare lasciò ben presto spazio alla gioia per questi due germogli sbocciati in famiglia. Restavano purtroppo insoddisfatte le aspettative ereditarie di nonno Rosario e Concetta non volle più nemmeno discutere la questione. Salvo però quando ci si metteva sapeva essere convincente. Il suo cuore gli diceva che la prossima volta, questa volta!, sarebbe stata quella buona.
«Mattina! Monta in sella!»
«Ma ti te se' mat! Figurati se salgo con te su quell'affare!»
Il dottor Fontana, ben conscio dell'urgenza, senza indugiare prese in mano la situazione:
«Signora Martina, venga, la porto io con l'automobile... lei Salvo faccia strada che la seguo!»
L'improvvisato corteo, la Vespa in testa seguita dalla Topolino del dottor Fontana, si mise in strada di gran carriera. Sfilarono veloci sotto il naso del messo che prese di nuovo a sbracciarsi, ignorato come fosse trasparente.
Salvo e Concetta abitavano in due stanze col gabinetto in corte in un casolare ai margini del bosco, lungo la strada che porta a Montallegro. Martina entrò in casa ma Salvo e il dottore rimasero fuori: quelle erano cose di donne. Nemmeno il tempo di una sigaretta ed ecco squillare, limpido e cristallino, un vagito. Salvo non stava nella più pelle! Di slancio abbracciò il dottor Fontana, visibilmente imbarazzato da tanta confidenza. Martina li invitò ad entrare. Concetta era distesa nel letto, sudata in fronte ed ancora scossa dalla fatica. Guardò il suo Salvo e con dolcezza, con un filo di voce, disse al suo uomo:
«Nonnu Rosario fusse cuntentu si a picciridda a chiamammu Rosa? A mia Rosaria ummi piaci... Salvo mio, ora basta però! »

********

AVVERTENZA! Qualsiasi somiglianza tra l'immagine che accompagna il racconto e le copertine dei libri pubblicati da una nota casa editrice palermitana è puramente casuale (credici!).

La cosa che mi piace di più dei premi letterali è vincerli, quella che mi piace meno è vedere quelle pagine scritte con tanta passione sparire troppo in fretta, inghiottite dai meandri del Web. Questo mio racconto breve - per l'occasione rivisto e corretto per la pubblicazione su Facebook - con titolo "La rosa di Salvo" nel 2013 vinse il concorso indetto per celebrare i 100 anni della Festa della Rosa del mio paese, Induno Olona.

venerdì 14 luglio 2017

La lunga notte del Maresciallo Cazzaniga

.

Il maresciallo Olindo Cazzaniga si passò una mano sulla pelata, gesto primordiale di un'epoca remota in cui sistemarsi il ciuffo lo aiutava a schiarirsi le idee. Cercava di recuperare almeno un poco della sua lucidità, svanita nelle ultime ore. I suoi capelli invece erano svaniti qualche anno prima. Avevano iniziato a diradarsi poco dopo la promozione a maresciallo, quando dalla sua Mandello l'avevano destinato a fare il comandante di stazione in quel di Lambrate. Un laghèe come lui aveva sofferto e non poco nel traslocare, come suol dirsi "armi e bagagli", nella periferia della grande metropoli. Quanto gli mancava il soffio della Breva che insieme alle acque del lago spazzava via anche pensieri e malumori. A pochi chilometri adesso aveva l'Idroscalo e ogni tanto si lasciava tentare ed andava a farci un giro, ma passeggiare sulle sponde di quel grosso stagno non faceva altro che fargli sentire ancora di più la nostalgia di casa. A Milano la primavera durava un niente, l'estate era una fornace che arroventa l'asfalto e l'inverno era come un lungo mal di pancia che non finisce mai. In quella notte novembrina, umida e fredda, l'aria era pungente e lesto rimise al suo posto il copricapo d'ordinanza. Il bel ciuffo del tempo che fu era stato rimpiazzato con un robusto paio di mustacchi, a far pendant con le sue folte sopracciglia. Nel tempo aveva imparato ad aggrottarle ad arte, assumeva un'aria truce che più di una volta era stata determinante per far cantare il balordo di turno. Atteggiata quindi la sua smorfia di servizio Cazzaniga si rivolse al testimone:
«Favorisca le generalità!»
«Niente, grazie, sunt a post inscì.»
«A posto cosa?» gridò Cazzaniga.
«Sciur cumissari, ho mia sentì... con quel frecc chì la me s'è stopà n'uregia.»
«Maresciallo, prego! Le-ho-chiesto-come-si-chiama!» gli scandì in faccia Cazzaniga.
«Oreste Resteghini!»
Cazzaniga lo squadrò. Più che un tipo losco un tipo strambo: la gente del quartiere riferiva che erano almeno un paio di giorni se non tre che lo vedevano fare avanti e indietro lungo la strada che va al deposito locomotive, tanto che qualcuno impietosito gli aveva dato qualche soldo di elemosina, monete che lui soppesava perplesso e poi intascava con indifferenza, senza un grazie.
«Ascolti bene che non c'ho tempo da perdere: cosa ci fa fuori dal deposito della ferrovia?»
«Quale zia?»
«Zia? Ma che zia e zia Restegini!»
«La zia dei fiori: ha mica chiesto chi ha deposto i fiori per la zia?»
«Ma quali fiori Resteghini!, quale zia!», sbottò Cazzaniga: «Ho detto fuori-dal-deposito! Cosa-ci-fa-fuori-dal-deposito-della-ferrovia?».
Il tipo non sembrava per nulla intimorito: che non avesse colto la truce sfumatura nel suo sguardo? Se ne stava impassibile a fissare un punto imprecisato davanti a lui. Da sotto il berretto spuntavano due orecchie tanto inutili quanto grandi, su cui poggiavano le stanghette di un paio di occhiali dalla montatura nera, con lenti che parevano il fondo di un boccale da birra. Cazzaniga lo osservava perplesso: non poteva essere una coincidenza se tre giorni prima proprio da quelle parti avessero ingabbiato il Dritto e tutta la sua banda. Un metronotte aveva segnalato strani movimenti proprio al deposito locomotive, così in tre erano montati sulla Campagnola e si erano fiondati sul posto in tempo per beccarli in flagrante. Non gli avevano dato tempo di scappare e al "mani in alto" le mani le avevano alzate sì, ma per metterle in faccia ai Carabinieri. Per condurli alla ragione, oltre ad una generosa razione di legnate col calcio dei moschetti avevano pure sparato un paio di colpi in aria. Era stato solo grazie all'aiuto del metronotte e di un ghisa di passaggio che erano poi riusciti ad ammanettarli e tradurli a San Vittore. Tolte di mezzo quelle canaglie si era illuso di poter stare tranquillo almeno per un po', ma adesso era punto e a capo e stavolta c'era addirittura un morto ammazzato. A terra giaceva il corpo di un uomo seminudo, senza braghe e senza scarpe, addosso solo una camicia strappata. Era coperto da un lenzuolo macchiato dal sangue di una ferita al petto dalla quale spuntava l'impugnatura di un serramanico.
«Lasciamo stare Resteghini, piuttosto, di quello sotto al lenzuolo cosa mi dice? »
«Sciur comisari! Sono mica un rabdomante io!»
Cazzaniga perse la pazienza: «Sono maresciallo, non commissario! E cosa c'entrano i rabdomanti?»
«Io cosa ne so di cosa c'è nel sottosuolo?»
«Sotto-il-lenzuolo!», scandì Cazzaniga indicando il cadavere. Per un attimo il Resteghini sembrò perdere l'aplomb, poi lo vide concentrarsi. Cercava solo di mettere a fuoco quel corpo che giaceva a pochi passi.
«Sciur comm... siur maresciallo, faga no inscì! Chel lì l'è burlà giò propi dinnanz a mì... che colpa ce ne ho io?»
Un passante riferiva di aver sentito un'auto che sgommava, ma di aver fatto in tempo a vedere soltanto il corpo che rotolava sull'asfalto e un'auto che si allontanava veloce. Sembrava un incidente, un ubriaco distratto travolto da un'auto poi fuggita, ma il fatto che fosse mezzo biotto e con un coltello che gli spuntava dal petto raccontava un'altra storia. Sembrava più un regolamento di conti. Certo però che buttar giù un cadavere da un'auto in corsa era una cosa grossa, più che roba da balordi della ligera sembrava opera di gangster della Chicago di Al Capone. Nessuno aveva visto nulla e il Resteghini era l'unico testimone, ma per lui oculare era una parola grossa considerata la penuria di diottrie. A sbloccare l'impasse giunse un giovanotto arrivato in sella ad una Lambretta, che andò a fermarsi accanto ai militari.
«Era una millecento nera, per un pezzo ce l'ho fatta a starci dietro ma poi in via Rubattino m'è scappata. Questo se lo sono persi per strada.»
Il giovane porse a Cazzaniga un cappotto scuro da uomo. Il maresciallo frugò nelle tasche. Ne saltò fuori una patente di guida che prese a sfogliare borbottando: «Zitti zitti che forse riusciamo a dare un nome al morto...».
La sua eccitazione era palpabile, si avvicinò al cadavere per confrontarlo con la foto sul documento e quindi urlò soddisfatto: «Tel chì!, Armando Cerutti fu Bernardo, residente a Milano in via Vespri Siciliani!»
«L'ho sempar dì che trombarsi la donna di tuo fratello fa male alla salute...», poco più di un sussurro scappato di bocca al Resteghini, che però non era sfuggito a Cazzaniga che subito prese il testimone a muso duro: «Lo conosce?»
«Facciamo un patto maresciallo: io ci dico dov'è l'assassino e dopo al me lasa 'ndà a cà...»
«Resteghini, sputi il rospo e poi vedremo.»
«Se la salma desnuda l'è l'Armando Cerutti andate a cercare suo fratello gemello Gino, detto il Drago. Facile che lo trovate al bar del Giambellino.»
La Campagnola si allontanò lungo la via. Resteghini più che vederla la intuì, poi si incamminò meditabondo: dopo quella spifferata avrebbe dovuto tenersi alla larga dal Giambellino per un bel pezzo. Quegli sbarbati dell'Ortica poi era chiaro che gli avevano tirato il pacco: dopo tre giorni si era rotto le balle di aspettare: "se laùra minga inscì, rubare così l'è propi un laurà de ciula! Sun minga un bamba mì! Il Resteghini a l'è un prufessionista, fa il palo l'è il me mistè!".

*********

È la prima volta che mi cimento in un raccontino polizziottesco tendente al noir con amibizioni umoristiche. Credo non sia necessario specificare che lo spunto per la "trama" mi sia venuto da due popolari canzoni di Enzo Jannacci, "Faceva il palo" del 1966 e "L'Armando" del 1965, con un piccolo cameo di Giorgio Gaber con la sua da "Ballata del Cerutti", del 1960. Mi sono preso la libertà di far diventare il Gino ben più che "un tipo duro": un assassino fratricida.







sabato 5 novembre 2016

Pizza time.


...e poi un sabato mattina vedi un ragazzino che, zaino in spalla, se ne torna a casa da scuola e mentre cammina mangia di gusto un trancio di pizza, e sorride, e capisci che in fondo ci vuole così poco per essere felici.

E che la pizza, per quanto buona sia, non c'entra un cazzo.


_