mercoledì 16 agosto 2017

In viaggio contromano

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Avete presente quei libri che quando iniziate a leggerli, quasi senza accorgervi arrivate a pagina 50 di 280 ed allora cominciate a pensare: "cazzo, sta già per finire...".

Ecco, IN VIAGGIO CONTROMANO è uno di quelli.


giovedì 3 agosto 2017

SP233

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SP233 - Notte d'agosto in Vespa

Godo del sottile perverso piacere di questa vendetta postuma, consumata in piena notte.  So che è impossibile ma ho la netta sensazione di percepire lo stillicidio di microscopici schianti delle zanzare che vanno a spiaccicarsi sul fanale della mia Vespa mentre torno verso Varese. Dopo i trenta appiccicosi gradi della serata milanese la frescura del sudore che mi si asciuga addosso è una benedizione. Più che una vendetta la mia è una rappresaglia, non faccio prigionieri, per ogni bastardissima zanzara che mi ha punto mentre tiravo tardi con gli amici accanto al funtanun di Piazza Castello ne avrò già schiantate dieci volte tante. Senza rallentare attraverso un incrocio passando sotto ad un semaforo che lampeggia giallo nella notte, uno dei pochi sopravvissuti all'isterico sbocciare di rotonde che ha flagellato le strade di tutta la provincia, e questa SP numero 233 non fa eccezione. Una puttana di colore fasciata in uno striminzito abitino rosa fucsia mi appare come un miraggio notturno nel cono di luce di un lampione isolato. Ha dei capelli impossibili, stirati e colorati da bionda svedese. Fingo indifferenza e rallento sornione per godermi lo spettacolo di quel gran paio di tette enormi strizzate dal vestito, ma la mia falsa discrezione è nulla al confronto dell'esperienza della vita di strada. Avanza di un passo, mi sorride con lascivia, si porta due dita alle labbra e strizzando l'occhio mi soffia un bacio. Con l'altra mano con un gesto veloce alza il bordo della sottana e protende il bacino, ed ecco magicamente  materializzarsi tra le sue gambe una lunga appendice d'ebano! Fatico a distogliere lo sguardo dal basso ventre di quell'essere assurdo e mentre mi allontano sono inseguito da una risata sguaiata che sfocia in parole incomprensibili. Accelero e ben  presto torno ad essere inghiottito da quella che ora apprezzo come una rassicurante oscurità, rischiarata solo in parte dalla luce incerta del fanale della Vespa.

É notte fonda. Tra poche ore dovrò andare a lavorare ma con questo caldo la voglia di andare a letto a rigirarmi sudato tra le lenzuola è ai minimi termini, così mi attardo in cucina. La finestra è spalancata e non gira un filo d'aria. Tutto tace, il silenzio è scandito in sottofondo dal tic tac della vecchia sveglia che sta sulla credenza. Apro le ante dei pensili alla ricerca di chissà che, come se non sapessi a memoria quel che contengono. Vedo il tubo delle Pringles: possibile che ne siano avanzate dall'altra sera? Siii! È pieno per metà! Me ne infilo in bocca a tre alla volta, di una patatina fritta hanno giusto la forma e di cosa siano fatte forse è meglio non saperlo, ma le adoro! Apro il frigo e mi verso un bicchiere di latte. Il gusto dolciastro del latte freddo sulla lingua salata dalle Pringles mi fa impazzire. Chiudo il frigo. La cucina torna ad assopirsi nella sua quieta penombra. Infilo in bocca altre tre Pringles e butto giù un altro sorso di latte freddo. Un auto sfreccia nella notte. Non gira un filo d'aria. Consumo il mio spuntino notturno affacciato alla finestra, sperando di scorgere un movimento nelle fronde degli alberi del viale, qualcosa che faccia sperare in una bava di vento caldo che almeno smuova l’aria. Niente, soltanto il convulso svolazzare di ottuse falene ipnotizzate dall'alone di luce del lampione.

Non sono più l'unico essere a vagare di notte sulle strade deserte di questo pianeta rovente. Dritto in fondo davanti a me vedo le luci rosse di veicoli fermi a lato strada. Passo accanto a due auto in sosta, c'è gente che chiacchiera. Da una strada laterale vedo avvicinarsi la luce di una fanale: è una moto che approssimandosi all'incrocio fa un lampo col fanale e rallenta. La precedenza è mia. Prima di passare oltre vedo che si tratta di un'altra Vespa. Nello specchietto la vedo svoltare e prendere la mia stessa direzione. Rallento di poco e mi sposto a destra, l'altro capisce l'invito e si affianca. Ci guardiamo e ci scambiamo un sorriso d'intesa. Il tipo è un po' più giovane di me, porta lunghe basette e un pizzetto incolto che gli dà un'aria fricchettona. In testa indossa un casco a scodella di un colore scuro che non riesco a distinguere, con disegnate delle margherite bianche stilizzate. Da sotto al caschetto spuntano capelli lunghi e mossi. Il volto è pallido, sinistramente rischiarato dalla luce del contachilometri che lo illumina dal basso. Ha uno zainetto sulle spalle e veste un’ampia maglietta, jeans e sandali ai piedi. Ho il tempo di notare tutti questi particolari perché il tipo continua a viaggiarmi a fianco, alla mia stessa velocità. Mi osserva insistente e quasi non guarda la strada. Ha un'espressione che non saprei definire. Rallento per farmi sorpassare ma rallenta anche lui. E questo mo' che cazzo vuole? Accelero un po' per vedere cosa fa... accelera anche lui. Ce l'ho sempre lì, affiancato, che mi fissa senza guardare la strada. Non so cosa pensare, la situazione è strana, così accelero allungando di qualche metro. Si vede che l'ho colto alla sprovvista perché rimane indietro. Imposto l'entrata in una rotonda e nello specchietto vedo il suo fanale avvicinarsi, così in uscita scalo una marcia e apro il gas con decisione. Nello specchietto vedo solo la luce del suo abbagliante che ne riempie la visuale... ormai è gara! Apro tutto il gas e lo stacco di qualche metro.

Pringles finite. Mi sciacquo la bocca con l'ultimo sorso di latte e ripenso al tizio in Vespa incontrato mentre tornavo a casa. Dove si sarà infilato per sparire a quel modo? Credo che la mancanza di sonno sia dovuta alle tracce di adrenalina rimaste nelle mie vene dopo l’esaltante e folle corsa notturna.

La strada è tutta nostra. Mi abbasso di poco e chiudo i gomiti alla ricerca della migliore impostazione di guida. Altra rotonda, piego a destra, curvone a sinistra e di nuovo piega a destra per riprendere la strada. Ci muoviamo all’unisono viaggiando a trenino, praticamente alla medesima velocità. Non so lui ma io sono a chiodo, con il gas aperto a fondo corsa. C'è un lungo tratto rettilineo e ce l’ho sempre dietro, in scia, si fa sempre più vicino, poi il bastardo allarga a destra e mi sorpassa dall'interno. Bastardo proprio! Poco più avanti l'ennesima rotonda lo costringe a rallentare per impostare la traiettoria. Ti piace il gioco sporco? A parte noi due la strada è deserta e così alla rotonda, anziché girarci attorno sulla destra la prendo contromano da sinistra. Con questa mossa gli passo davanti e sono già lanciato quando lui ne sta ancora uscendo.

Non è che ho fame, è che non sono ancora soddisfatto. Passo nuovamente in rassegna il contenuto dei pensili per vedere se si materializza qualcos'altro. Nutella! Prendo un coltello e ne rigiro la lama nella crema, quando ne ho raccolta abbastanza la infilo in bocca e la ritiro tra le labbra strette, poi la guardo compiaciuto perfettamente ripulita. Apro sul tavolo il giornale di domenica, rimasto in giro nonostante manchi poco a veder spuntare l’alba di mercoledì. Nel silenzio di questa notte torrida il rumore delle pagine girate è un frastuono.

Mi appiattisco più che posso incurante del rischio, sono esaltato da questa corsa fuorilegge. Non so per lui ma per me la gara sta per finire. Poco più avanti svolterò a sinistra lasciando la provinciale: il mio traguardo lo stabilisco a quell’ultimo semaforo lampeggiante. Viaggio a cannone nel mezzo della strada con le ruote sulla linea bianca di mezzeria. Anche lui deve aver capito che siamo al rush finale e mi sta' dietro in scia, a pochi centimetri, ed apre a sinistra e a destra senza decidersi a superarmi. Abbasso la testa, non guardo neanche più la strada, deserta e diritta davanti a me. Sbircio lo specchietto e lo vedo provarci da sinistra. Non posso fare nient'altro che spalancare il gas con il timore di vederlo affiancarsi e così non mollo di un millimetro... sfreccio sotto al semaforo, ce l’ho fatta! Non mi ha passato!
Chiudo il gas e rallento decisamente per farlo avvicinare. Butto un occhio allo specchietto ma non lo vedo. Mi giro a guardare ma non c’è nessuno, la strada dietro di me è deserta e l’unico segno di vita è il semaforo del nostro traguardo, ormai lontano, che lampeggia imperterrito nella notte. Un istante fa sentivo chiaramente il rumore del suo due tempi che mi ruggiva dietro al coppino e adesso non c'è più nessuno. È sparito. Si sarà infilato da qualche parte, tra qualche casa. Peccato, dopo quella galoppata sarebbe stato bello almeno scambiarsi due parole. Con un'andatura decisamente più tranquilla percorro solitario gli ultimi chilometri fino a casa.

Sfoglio distrattamente le pagine del quotidiano, leggo i titoli, vedo se c'è qualche articolo che ancora non ho letto. "Oggi i funerali del giovane centauro di Tradate...". Mi sento una merda a pensare che poco fa ho messo a rischio inutilmente e stupidamente la mia vita proprio da quelle parti. L'articolo parla di un ragazzo di ventitré anni, investito da un furgone che lo ha ucciso mentre viaggiava, ironia della sorte, proprio in sella a una Vespa. C'è una foto della scena dell’incidente... e non riesco a leggere nient’altro. C'è una Vespa rovesciata sull'asfalto, ed accanto c'è un caschetto a scodella di colore scuro decorato con delle margherite chiare. In un riquadro la foto della vittima: una faccia sorridente e spensierata, capelli mossi, basette lunghe e pizzetto che danno a quel volto un'aria fricchettona.


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Nel 2015 questo racconto è stato pubblicato dal quotidiano La Provincia di Varese, accompagnato dalle belle illustrazioni realizzate da due studenti del Liceo Artistico cittadino.


mercoledì 19 luglio 2017

Le rose di Salvo

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Il messo doveva averlo sentito arrivare quando era ancora in via Tabacchi tale era il rombo del motore della sua Vespa lanciata a folle velocità. Salvo sfrecciò davanti a Villa Bianchi incurante di quell'uomo in divisa che si era improvvisato vigile e si sbracciava cercando di imporre prudenza. Salvo lo ignorò e senza rallentare una volta giunto davanti alla chiesa sterzò bruscamente e andò ad infilarsi di slancio su per la via Comi ed arrampicarsi su per la salita, col motore che urlava amplificato dai muri di quella strettoia che portava alle ultime case del paese. Arrivato in cima alla via senza nemmeno scendere dalla Vespa cominciò a gridare:
«Mattina! Mattinaaa!!!»
«Ma chi è? Cosa vuole?» rispose la Teresa dal poggiolo al primo piano.
«Sugnu Salvo, u maritu 'i Concetta... unni è Mattina?»
Salvatore Faraci era arrivato in Valceresio dalla Sicilia poco dopo la fine della guerra, quando la Sicilia, come il resto d'Italia, ancora si leccava le ferite lasciate dal conflitto. Aveva sposato Concetta che era poco più di una bambina, dopo la classica fuitina mal digerita dalle rispettive famiglie. Per il quieto vivere i novelli sposi avevano così deciso di salire al nord in cerca di tranquillità e di lavoro.
«Mattina! Mattinaaa!!!»
«Vusa no! La Martina non c'è! É scesa dal dottor Fontana a prender delle cose... »
Martina con la sua chioma di ricci sempre fulvi a dispetto dell'età era conosciuta e rispettata da tutti in paese. Energica e instancabile aveva cresciuto tre figli di cui due già sistemati, ma in un certo senso erano un po' figli suoi tutti i bambini nati nei dintorni negli ultimi vent'anni, tutti bimbi accompagnati alla vita dalle sue mani esperte di levatrice.
«Miii! ...dal dottore Fontana andò?»
«Si, è andata in farmacia e...»
Teresa non aveva ancora finito di parlare che Salvo spalancò il gas e per fiondarsi giù da dove era arrivato alla volta della farmacia. Conosceva bene il dottor Fontana perché si occupava del suo giardino, così come di tanti altri giardini delle belle ville del paese. Salvo era un bravo giardiniere, mestiere che in famiglia si tramandavano da generazioni, ed infatti non aveva faticato a trovare un'occupazione. I primi tempi aveva lavorato sotto padrone nelle serre del Castello di Frascarolo per poi mettersi per conto suo. Ben presto il passaparola aveva vinto la diffidenza verso "il terùn" che sapeva dare nuova vita anche ai rosai più trascurati. Le signore facevano a gara per contendersi i suoi servigi, in particolare alla fine di maggio, quando proprio le rose erano protagoniste di una festa che dava lustro al paese in tutta la valle.
Salvo arrivò alla farmacia proprio nel momento in cui Martina era sull'uscio.
«Mattina, menomale ca ti truvai! Presto, monta! Concettina mia ruppi le acque!»
«Salvo! Ma come, di già? Mancano ancora diversi giorni...»
«Monta ti dissi! Presto, presto!»
In effetti non c'era tempo da perdere: per Concetta, nonostante la giovane età, questa sarebbe stata la quarta volta che metteva al mondo una creatura. Era arrivata in Valceresio con in grembo Gigliola, la primogenita. Margherita arrivò inattesa poco più di un anno dopo: Concetta imparò a sue spese a non fidarsi di chi le assicurava che era impossibile restare gravide durante l'allattamento. Papà Salvo era felice, le bimbe avevano portato una ventata di gioia in famiglia e il lavoro per mantenere tutti non gli mancava. Lo angustiava però non essere ancora riuscito a regalare a suo padre, nonno Rosario, un nipotino maschio che avrebbe portato il suo nome e tramandato il cognome dei Faraci. Salvo era certo che la nascita di un bel maschietto avrebbe definitivamente cancellato il  rancore della famiglia per la sua fuitina. Fu così che Concetta si trovò presto di nuovo in dolce attesa. Il destino però seppe essere tanto generoso quanto beffardo. Al posto dell'agognato erede maschio in un colpo solo arrivarono Gemma e Flora. La preoccupazione per queste due nuove bocche da sfamare lasciò ben presto spazio alla gioia per questi due germogli sbocciati in famiglia. Restavano purtroppo insoddisfatte le aspettative ereditarie di nonno Rosario e Concetta non volle più nemmeno discutere la questione. Salvo però quando ci si metteva sapeva essere convincente. Il suo cuore gli diceva che la prossima volta, questa volta!, sarebbe stata quella buona.
«Mattina! Monta in sella!»
«Ma ti te se' mat! Figurati se salgo con te su quell'affare!»
Il dottor Fontana, ben conscio dell'urgenza, senza indugiare prese in mano la situazione:
«Signora Martina, venga, la porto io con l'automobile... lei Salvo faccia strada che la seguo!»
L'improvvisato corteo, la Vespa in testa seguita dalla Topolino del dottor Fontana, si mise in strada di gran carriera. Sfilarono veloci sotto il naso del messo che prese di nuovo a sbracciarsi, ignorato come fosse trasparente.
Salvo e Concetta abitavano in due stanze col gabinetto in corte in un casolare ai margini del bosco, lungo la strada che porta a Montallegro. Martina entrò in casa ma Salvo e il dottore rimasero fuori: quelle erano cose di donne. Nemmeno il tempo di una sigaretta ed ecco squillare, limpido e cristallino, un vagito. Salvo non stava nella più pelle! Di slancio abbracciò il dottor Fontana, visibilmente imbarazzato da tanta confidenza. Martina li invitò ad entrare. Concetta era distesa nel letto, sudata in fronte ed ancora scossa dalla fatica. Guardò il suo Salvo e con dolcezza, con un filo di voce, disse al suo uomo:
«Nonnu Rosario fusse cuntentu si a picciridda a chiamammu Rosa? A mia Rosaria ummi piaci... Salvo mio, ora basta però! »

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AVVERTENZA! Qualsiasi somiglianza tra l'immagine che accompagna il racconto e le copertine dei libri pubblicati da una nota casa editrice palermitana è puramente casuale (credici!).

La cosa che mi piace di più dei premi letterali è vincerli, quella che mi piace meno è vedere quelle pagine scritte con tanta passione sparire troppo in fretta, inghiottite dai meandri del Web. Questo mio racconto breve - per l'occasione rivisto e corretto per la pubblicazione su Facebook - con titolo "La rosa di Salvo" nel 2013 vinse il concorso indetto per celebrare i 100 anni della Festa della Rosa del mio paese, Induno Olona.

venerdì 14 luglio 2017

La lunga notte del Maresciallo Cazzaniga

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Il maresciallo Olindo Cazzaniga si passò una mano sulla pelata, gesto primordiale di un'epoca remota in cui sistemarsi il ciuffo lo aiutava a schiarirsi le idee. Cercava di recuperare almeno un poco della sua lucidità, svanita nelle ultime ore. I suoi capelli invece erano svaniti qualche anno prima. Avevano iniziato a diradarsi poco dopo la promozione a maresciallo, quando dalla sua Mandello l'avevano destinato a fare il comandante di stazione in quel di Lambrate. Un laghèe come lui aveva sofferto e non poco nel traslocare, come suol dirsi "armi e bagagli", nella periferia della grande metropoli. Quanto gli mancava il soffio della Breva che insieme alle acque del lago spazzava via anche pensieri e malumori. A pochi chilometri adesso aveva l'Idroscalo e ogni tanto si lasciava tentare ed andava a farci un giro, ma passeggiare sulle sponde di quel grosso stagno non faceva altro che fargli sentire ancora di più la nostalgia di casa. A Milano la primavera durava un niente, l'estate era una fornace che arroventa l'asfalto e l'inverno era come un lungo mal di pancia che non finisce mai. In quella notte novembrina, umida e fredda, l'aria era pungente e lesto rimise al suo posto il copricapo d'ordinanza. Il bel ciuffo del tempo che fu era stato rimpiazzato con un robusto paio di mustacchi, a far pendant con le sue folte sopracciglia. Nel tempo aveva imparato ad aggrottarle ad arte, assumeva un'aria truce che più di una volta era stata determinante per far cantare il balordo di turno. Atteggiata quindi la sua smorfia di servizio Cazzaniga si rivolse al testimone:
«Favorisca le generalità!»
«Niente, grazie, sunt a post inscì.»
«A posto cosa?» gridò Cazzaniga.
«Sciur cumissari, ho mia sentì... con quel frecc chì la me s'è stopà n'uregia.»
«Maresciallo, prego! Le-ho-chiesto-come-si-chiama!» gli scandì in faccia Cazzaniga.
«Oreste Resteghini!»
Cazzaniga lo squadrò. Più che un tipo losco un tipo strambo: la gente del quartiere riferiva che erano almeno un paio di giorni se non tre che lo vedevano fare avanti e indietro lungo la strada che va al deposito locomotive, tanto che qualcuno impietosito gli aveva dato qualche soldo di elemosina, monete che lui soppesava perplesso e poi intascava con indifferenza, senza un grazie.
«Ascolti bene che non c'ho tempo da perdere: cosa ci fa fuori dal deposito della ferrovia?»
«Quale zia?»
«Zia? Ma che zia e zia Restegini!»
«La zia dei fiori: ha mica chiesto chi ha deposto i fiori per la zia?»
«Ma quali fiori Resteghini!, quale zia!», sbottò Cazzaniga: «Ho detto fuori-dal-deposito! Cosa-ci-fa-fuori-dal-deposito-della-ferrovia?».
Il tipo non sembrava per nulla intimorito: che non avesse colto la truce sfumatura nel suo sguardo? Se ne stava impassibile a fissare un punto imprecisato davanti a lui. Da sotto il berretto spuntavano due orecchie tanto inutili quanto grandi, su cui poggiavano le stanghette di un paio di occhiali dalla montatura nera, con lenti che parevano il fondo di un boccale da birra. Cazzaniga lo osservava perplesso: non poteva essere una coincidenza se tre giorni prima proprio da quelle parti avessero ingabbiato il Dritto e tutta la sua banda. Un metronotte aveva segnalato strani movimenti proprio al deposito locomotive, così in tre erano montati sulla Campagnola e si erano fiondati sul posto in tempo per beccarli in flagrante. Non gli avevano dato tempo di scappare e al "mani in alto" le mani le avevano alzate sì, ma per metterle in faccia ai Carabinieri. Per condurli alla ragione, oltre ad una generosa razione di legnate col calcio dei moschetti avevano pure sparato un paio di colpi in aria. Era stato solo grazie all'aiuto del metronotte e di un ghisa di passaggio che erano poi riusciti ad ammanettarli e tradurli a San Vittore. Tolte di mezzo quelle canaglie si era illuso di poter stare tranquillo almeno per un po', ma adesso era punto e a capo e stavolta c'era addirittura un morto ammazzato. A terra giaceva il corpo di un uomo seminudo, senza braghe e senza scarpe, addosso solo una camicia strappata. Era coperto da un lenzuolo macchiato dal sangue di una ferita al petto dalla quale spuntava l'impugnatura di un serramanico.
«Lasciamo stare Resteghini, piuttosto, di quello sotto al lenzuolo cosa mi dice? »
«Sciur comisari! Sono mica un rabdomante io!»
Cazzaniga perse la pazienza: «Sono maresciallo, non commissario! E cosa c'entrano i rabdomanti?»
«Io cosa ne so di cosa c'è nel sottosuolo?»
«Sotto-il-lenzuolo!», scandì Cazzaniga indicando il cadavere. Per un attimo il Resteghini sembrò perdere l'aplomb, poi lo vide concentrarsi. Cercava solo di mettere a fuoco quel corpo che giaceva a pochi passi.
«Sciur comm... siur maresciallo, faga no inscì! Chel lì l'è burlà giò propi dinnanz a mì... che colpa ce ne ho io?»
Un passante riferiva di aver sentito un'auto che sgommava, ma di aver fatto in tempo a vedere soltanto il corpo che rotolava sull'asfalto e un'auto che si allontanava veloce. Sembrava un incidente, un ubriaco distratto travolto da un'auto poi fuggita, ma il fatto che fosse mezzo biotto e con un coltello che gli spuntava dal petto raccontava un'altra storia. Sembrava più un regolamento di conti. Certo però che buttar giù un cadavere da un'auto in corsa era una cosa grossa, più che roba da balordi della ligera sembrava opera di gangster della Chicago di Al Capone. Nessuno aveva visto nulla e il Resteghini era l'unico testimone, ma per lui oculare era una parola grossa considerata la penuria di diottrie. A sbloccare l'impasse giunse un giovanotto arrivato in sella ad una Lambretta, che andò a fermarsi accanto ai militari.
«Era una millecento nera, per un pezzo ce l'ho fatta a starci dietro ma poi in via Rubattino m'è scappata. Questo se lo sono persi per strada.»
Il giovane porse a Cazzaniga un cappotto scuro da uomo. Il maresciallo frugò nelle tasche. Ne saltò fuori una patente di guida che prese a sfogliare borbottando: «Zitti zitti che forse riusciamo a dare un nome al morto...».
La sua eccitazione era palpabile, si avvicinò al cadavere per confrontarlo con la foto sul documento e quindi urlò soddisfatto: «Tel chì!, Armando Cerutti fu Bernardo, residente a Milano in via Vespri Siciliani!»
«L'ho sempar dì che trombarsi la donna di tuo fratello fa male alla salute...», poco più di un sussurro scappato di bocca al Resteghini, che però non era sfuggito a Cazzaniga che subito prese il testimone a muso duro: «Lo conosce?»
«Facciamo un patto maresciallo: io ci dico dov'è l'assassino e dopo al me lasa 'ndà a cà...»
«Resteghini, sputi il rospo e poi vedremo.»
«Se la salma desnuda l'è l'Armando Cerutti andate a cercare suo fratello gemello Gino, detto il Drago. Facile che lo trovate al bar del Giambellino.»
La Campagnola si allontanò lungo la via. Resteghini più che vederla la intuì, poi si incamminò meditabondo: dopo quella spifferata avrebbe dovuto tenersi alla larga dal Giambellino per un bel pezzo. Quegli sbarbati dell'Ortica poi era chiaro che gli avevano tirato il pacco: dopo tre giorni si era rotto le balle di aspettare: "se laùra minga inscì, rubare così l'è propi un laurà de ciula! Sun minga un bamba mì! Il Resteghini a l'è un prufessionista, fa il palo l'è il me mistè!".

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È la prima volta che mi cimento in un raccontino polizziottesco tendente al noir con amibizioni umoristiche. Credo non sia necessario specificare che lo spunto per la "trama" mi sia venuto da due popolari canzoni di Enzo Jannacci, "Faceva il palo" del 1966 e "L'Armando" del 1965, con un piccolo cameo di Giorgio Gaber con la sua da "Ballata del Cerutti", del 1960. Mi sono preso la libertà di far diventare il Gino ben più che "un tipo duro": un assassino fratricida.







sabato 5 novembre 2016

Pizza time.


...e poi un sabato mattina vedi un ragazzino che, zaino in spalla, se ne torna a casa da scuola e mentre cammina mangia di gusto un trancio di pizza, e sorride, e capisci che in fondo ci vuole così poco per essere felici.

E che la pizza, per quanto buona sia, non c'entra un cazzo.


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martedì 29 marzo 2016

Quattro scodelle di porcellana bianca.

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Pane, prosciutto, Vespa e Lambrusco sono gli ingredienti di un racconto sull'amicizia.
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C'è il pane, c'è il prosciutto, c'è il vino e c'è pure un bel mazzo di fiori. Ci sono anche le quattro scodelle di porcellana bianca, e tutto è apparecchiato alla buona su una tovaglia a quadri, stesa a terra. Delle pietre agli angoli del tessuto impediscono al vento di portarsela via. Sul far della sera l'aria calda sale dalla costa e scala la montagna, da est come da ovest, e quando le correnti si scontrano si alza un vento sgarbato e dispettoso. Arrivare quassù in Vespa è puro divertimento, su questo eravamo sempre stati tutti d'accordo. Ci conosciamo da anni proprio grazie alla comune passione per la Vespa. Siamo tutti della zona ma di paesi diversi, ciascuno col suo lavoro e per tutti noi, altra cosa in comune, più di una professione di cui vivere il lavoro è una passione che da senso alla vita.

Aldo, guai a chiamarlo salumaio!, si definisce un artista del prosciutto: lo taglia a mano, sottile sottile. Dei veli di miele che si sciolgono sul pane che Mario, fornaio, lavora nel suo forno. Lo stesso dove prima di lui ha impastato e cotto suo padre e prima ancora suo nonno. Ivan coltiva e trasforma il frutto nobile della terra: le uve della sua vigna, una volta pigiate, entrano in cantina per uscirne imbottigliate a nuova vita come lambrusco scuro. Ne amabile ne secco, scuro, a tappo raso.

La nostra amicizia cominciò quassù, nel paese disperso sui monti dove c'è la mia officina di meccanico nostalgico che non si rassegna al nuovo che avanza, ostinato nel mantenere in strada veicoli che han già dato tanto e che tanto altro possono ancora dare. E cosa, meglio di una vecchia Vespa, risponde a queste caratteristiche? Aldo, Mario e Ivan con le loro Vespa stagionate oltre il ragionevole non mi hanno mai fatto mancare l'occasione di sporcarmi di morchia!

Il tragitto che dalla pianura porta ai monti va goduto tutto, chilometro dopo chilometro. A loro, gente della bassa, le strade di montagna mettono soggezione, con quelle curve che si susseguono contorte e non sai mai cosa puoi trovarci dietro, ben diverse dai drittoni di pianura, spaccati dal sole in estate e fagocitati dalla nebbia in inverno.
« Aria, sole e nebbia! », Aldo lo dice tutte le volte « sta tutto in questi tre ingredienti il segreto del prosciutto! Te puoi prendere il maiale più bello, tirarlo su a caviale e champagne e massaggiargli le chiappe col rosolio, ma se non sei di qua, se non hai da farlo stagionare con l'aria calda di questo sole e umida di queste nebbie a ghè gnènt da fer! ».
E al solito Mario ribatte:
« E l'acqua? La nostra acqua? Guarda che l'acqua è mica tutta uguale sai? Ci son quelli che diventan matti perché la pagnotta non gli vien su bene e dan la colpa alla farina, ma è mica vero sapete? É l'acqua! ».
A dirla tutta io non l'ho mai trovato così meraviglioso 'sto clima dei miracoli, che in officina finiva per farmi trafficare con un caldo porco in estate e un freddo da castigo in inverno.
« Va là, va là!, che l'acqua fa la ruggine! » scherza Ivan « 'scolta me... a l'è mei el lambrusc! » e mentre versa il vino precisa « da bere rigorosamente nella scodella bianca, che se non fa la riga sulla porcellana a l'è mia bòn! ».
Mario lo guarda e sorride: « Non fiori ma opere di bene! Ivan, sposta i crisantemi quando hai finito col vino, che mi serve spazio per tagliare il pane ».
« Petta n'attimo! Prima di mangiare facciamo un bel brindisi al nostro meccanico! »
Le scodelle si alzano al cielo e Aldo prende la parola:
« Alla tua amico mio! » e gli altri di rimando: « Alla tua! », « Alla tua! », poi con una sorsata vuotano le scodelle.
La mia scodella è rimasta sulla tovaglia. Aldo scuote il capo e la prende tra le mani. Lentamente, con gesto solenne, ne vuota il contenuto al suolo e la terra, smossa da poco, lo assorbe subito.
« E adesso? Chi ce le ripara le nostre Vespa adesso? Ci hai fatto proprio un bello scherzo... che la terra ti sia lieve amico mio! ».

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Nel 2013 questo racconto ha vinto il Premio Eno Letterario Santa Margherita, indetto in collaborazione con Feltrinelli (giuria: Inge Feltrinelli, Neri Marcorè e Monica Guerritore).

giovedì 19 novembre 2015

Pagine & pagine #14

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"Okay. Ho finito. Fino a quando non c'incontreremo di nuovo, tieni la testa ben piantata sul collo, leggi qualche buon libro, sii efficiente, sii felice."

La prima frase nella prima pagina di un romanzo è detta incipit. Non so se anche l'ultima frase dell'ultima pagina abbia una denominazione particolare. Se non ce l'avesse ne propongo una io: postcipit.

In ogni caso, per quel poco che può contare la mia opinione, considero Stephen King uno dei migliori romanzieri contemporanei. Con buona pace di chi assegna il Nobel per la letteratura valutando l'impegno sociale di chi scrive, senza curarsi se le pagine di questi autori sono magari di una noia mortale. Cominciare una storia con una frase ad effetto non è cosa facile ed è un'arte riservata a pochi. Chiudere un libro dando l'arrivederci ai lettori trovo sia il colpo da maestro di un vero fuoriclasse.


dall'ultima pagina di